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Aspettavo questa domenica mattina da dicembre, questa gara è il mio Regalo di Natale di Dryarn.

Un pettorale, una possibilità di correre, molto più di un semplice pezzo di carta con su un numero.

Il 5.

Fuori dalla finestra il mare, il cielo grigio e l’onda lunga che si frange sugli scogli, aria salmastra che arriva trasportata da un venticello fresco.

Doccia, colazione e mi vesto con la solita sequenza di gesti misurati, quella che mi da sicurezza, che mi aiuta a concentrarmi.

E via sulla Spianata verso la linea di partenza con la felicità che aumenta ad ogni passo.

Lo speaker annuncia il conto alla rovescia, due saltelli scaramantici prima di partire, e VIA!

Attraversiamo il centro di Imperia e puntiamo dritti decisi verso le colline.

Non ho fatto 500 metri che già mi maledico per avere messo i guanti, l’antivento l’ho messa via in partenza.

Comincia la salita costante ma con dei muretti niente male, quelli che ti arrivano addosso e mettono a dura prova la volontà di spingere.

Il mio progetto è quello di correre per tutti e 30 i Km, tranne dove non è ragionevole farlo, correre ad una corsa potrebbe sembrare ovvio, nel Trail non è così e meno che meno nell’Ultratrail.

Mentre guadagno quota tolgo anche i manicotti: resto in maglietta e finalmente comincio a respirare anche perché, a discapito del fresco, sono comunque perfettamente asciutto e termoregolato.

Non riesco a regolarmi con le quote non capisco mai se sono in cima alla salita oppure no, ma girandomi c’è una tavola d’argento dopo i colli, potrei volere di più?

No, il sentimento di gratitudine prevale, mentre in cuffia Sting è quanto mai opportuno.

Si fa su e giù sulla cima dei colli, tra profumi famigliari, la mente vola mentre saltello su di un bel sentiero arrivo a Vasia, metà gara, mi rincuoro che sono ben in partita nonostante io non sia per nulla abituato a questi ritmi che per me sono troppo elevati, ma è il bello della sfida di questa mattina. Inizio una bella discesa nelle curve mi sembra di essere un aereo, l’orizzonte si piega a 45 gradi quando viro e mentre gioco il mio flessore non mi sta dando fastidio più di tanto.

Carico acqua, un pezzetto di banana e due di cioccolato e via tra gli ulivi, Moltedo è alle spalle, tutti dovrebbero correre in un uliveto una volta nella vita, ti trasmette un senso di fragrante quiete e, si sa, la quiete interiore migliora la corsa.

Vorrei essere solo un pochino più avanti, ma è un pensiero che scaccio subito perché lo riconosco come autosabotatore interno e non voglio che qualsiasi inutile pensiero rovini questa corsa, il mio cardiofrequenzimetro mi fa notare che ai 21 km e qualcosa sto girando un’ora sotto il solito tempo di navigazione e questa è una buona notizia, anzi è quasi una vertigine.

Mi rincuoro, mi esalto e apro un po’ di più il gas, su e giù su di un terreno che mi piace tantissimo e che mi è congeniale, in pieno comfort e con bella musica.

Continuo il mio gioco dell’aereo, mi sento un prode pilota che compie manovre spericolate e infatti mi spiaccico al suolo su pietre assortite, precipitando con il senso dell’inevitabile.

Conteggio briscole: mi fa male tutto, mi sanguina una mano ma respiro ancora e non sento pungere da nessuna parte, volevo lo sguardo verso chi era con me e noto nessuno sguardo strano, quindi sono intero.

Riparto un po’ svirgolo mentre il gruppetto si allontana, posso correre ma mi fa male tutto mi tocca rallentare, pazienza, sono al mare è una bella giornata, arrabbiarmi sarebbe da ingrati.

Posso comunque correre e per fortuna c’è un ristoro dove posso bere.

“Dai che sei arrivato!”

“Meno male che comincia a farmi tutto troppo male”

Ed ad un certo punto Puff! appare il campo da rugby con l’arco di arrivo, mi preparo ad una buona entrata, trionfale, atletica, tutto sommato me la merito ho corso per tutta la gara come volevo.

Dopo un’ultima salita, finalmente il traguardo! Ce l’ho fatta anche questa volta!

Un’altra avventura completata con la fibra migliore al mio fianco, grazie Dryarn!

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